La storia

Fondazione costituita a Milano da parte del Notaio Marco Orombelli il 27.02.1985

Atto del Notaio Dott. Marco Orombelli 27 Febbraio 1985 N° 90.228 di Rep. / N° 7352 di Racc. Registrato a Milano 15 marzo 1985 Atti N° 06361/I

La più antica documentazione data dal 1418.

In detto anno, il 18 maggio, il notaio Antoniolo Giussani rogava l’atto di compra-vendita in virtù del quale certo Ubizolo Pietrasanta vendeva ad Ambrogio Canturio “una casa consistente in diversi vani: camera, solaio, lobie, pozzo in comune, servizi igienici, piccolo cortile e con fronte su contrada senza nome”.

Nel 1589 il notaio Marco Antonio Castelli rogava l’atto di acquisto di questo edificio da parte del giurisperito Carlo Civaleri, figlio del “multum illustre” giureconsulto Giovanni Giacomo, gran cancelliere della Regina e Duchessa di Lotaringia (Lorena) per cessione fattagli da Bartolomeo Cantoni.

In tale occasione il rogito fornisce anche una succinta descrizione: “Formata da una cucina con locale attiguo, magazzini, stalla, locali superiori sino al tetto e coerenzata da una parte con la strada vicina alla piazza di San Sepolcro, dall’altra con il Magnifico Luigi Burri”.

 

 

Proprio nel contesto di questa contrada, rimasta senza una propria denominazione sino al 1603, si intessono anche le vicende – oltre a quelle gloriose della Biblioteca Ambrosiana – delle Scuole Taverna o della Fedeltà.

Il famoso usuraio Tomasone Grasso, di cui il Bandello lascia un suggestivo profilo nelle sue Novelle, aveva istituito nel 1473 le prime scuole gratuite e pubbliche in Milano, riservate ai “fanciulli poveri, desiderosi di imparare” e le aveva alloggiate in un edificio denominato “della Cicogna” (nome ricavato da un’insegna sul muro dell’edificio) in contrada dei Ratti.

Il ricco banchiere Stefano Taverna, nel 1492, istituiva a sua volta “per sovvenire alla pochezza dei locali per tanti pueri bisognosi di apprendere” altre aule per accoglierli decorosamente.

Anche le Scuole Taverna erano gratuite, offrivano l’insegnamento elementare del leggere e dello scrivere, nel 1616, per acconsentire alla “utilità” di ingrandire l’Ambrosiana, il Cardinale Federico Borromeo otteneva, in via di permuta, l’area occupata sino ad allora dalle Scuole Taverna.

Dopo vari passaggi di proprietà, la casa di via dell’Ambrosiana lega le proprie vicissitudini storiche a quelle di una istituzione elemosiniera denominata Luogo Pio di Santa Maria della Passione.

Detto Luogo Pio ebbe sulla casa, dal 1683 al 1774, prima il “diretto dominio” (proprietà) e poi, dal settembre 1774 sino al 1865, per

disposizione di Cesare Migliori – uno dei benefattori del Luogo di Santa Maria della Passione – il diritto a percepire l’annuo canone livellario.

Fu appunto per onorare tale obbligo che Luogo Pio, nel 1683, procedeva all’acquisto “di una casa sita in Porta Vercellina, parrocchia di S. Mattia alla Moneta di Milano, la quale consiste in diversi luoghi inferiori e superiori sino al tetto compreso, portico, salone, cantina, stalla, pozzo, due necessari, ed altre comodità e pertinenze, coerenziando detta casa da una parte con la strada vicina alla piazza S. Sepolcro e dalle altre due parti con i Signori fratelli Carati e dall’altra parte ai Venerati Frati del Monastero dei Carmelitani di S.Giovanni in Conca di Milano”. All’atto dell’acquisto la casa era già affittata da un certo Carlo Orrigoni e dal di lui zio paterno Rev. Canonico Giovanni Battista.

Anni dopo, il Consiglio di Amministrazione elemosiniero (Capitolo), aggiudicava la concessione enfiteutica dell’edificio a certo Francesco Calino il quale riceveva: “Nominativamente detta casa ad uso civile, sita nelle vicinanze della Chiesa di S. Sepolcro e davanti alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, in Porta Vercellina, parrocchia di S. Mattia alla Moneta, consistente in più luoghi e alla quale casa coerenziano da una parte la contrada della Biblioteca Ambrosiana, da un’altra parte la casa del Signor Orsini e dall’altra la casa del Signor giureconsulto Crotta e dall’altra la casa dei Reverendi Padri di S.Giovanni in Conca secondo ampia descrizione della consegna” che ci è pervenuta

integra e completa sotto la data del 12 agosto 1774, redatta dall’Ingegnere Collegiato Francesco Bernardino Ferrari. Da questa ricognizione la casa mostra denunciare evidenti segni di usura: dai pavimenti in mattoni di Caravaggio (ancora visibili in un ambiente al piano terreno) ai serramenti, alle logge con balaustre d’asse.

Risultavano, invece, buoni il suolo di vivo nel portico, alcuni soffitti e alcune tratte di tetto. Divenuto “livellario perpetuo”, il predetto Francesco Calino provvide subito a mettere in atto le migliorie e gli adattamenti di cui l’edificio necessitava, e questo anche per assolvere l’impegno contrattuale inserito nella concessione enfiteutica di devolvere lire 3.000 annue in lavori di riattamento. L’annuo canone livellario di zecchini gigliati 25, che gravava dal 1774, verrà affrancato con atto notarile nel luglio 1865 e in questo anno mutava anche il vecchio indirizzo di “contrada della Biblioteca n° 3145” in via dell’Ambrosiana n° 20.

Dopo vari passaggi di proprietà ed aver subito i bombardamenti del 1943 la casa veniva acquistata nel 1978 da Emilio Carlo e dal figlio Giuseppe Mangini che hanno provveduto ad un restauro, il più possibile conservativo.
Nel 1991, Mangini, alla ricerca di sempre nuovi spazi per le sue raccolte, ispezionando quelle che sembravano banali cantine, si accorse che gli intonaci nascondevano pareti avvolte in antichi mattoni. Un laborioso restauro confermò quanto gli studi storici facevano supporre: le cantine si rivelarono un edificio del XV-XVII secolo ricostruito su edificio più antico.

Il doppio pozzo scoperto appartiene all’epoca tardoantica, più probabilmente al VI-VIII secolo, senza escludere che possa aver rinnovato un pozzo romano preesistente.

Alcuni mattoni riutilizzati nel muretto circolare del pozzo sono decisamente più antichi degli altri: sono di “tipo romano” ed appartengono ad epoca più remota.

Dalla Relazione del professore Luciano Patetta sull’edificio.

La casa della Fondazione Emilio Carlo Mangini, sorge sull’area un tempo immediatamente limitrofa all’antico Foro Romano, che era dove attualmente si trova il complesso della Biblioteca Ambrosiana. Il luogo dove sorge la casa era occupato prevalentemente da tabernae, sostituite poi nell’altomedioevo dalle abitazioni e botteghe dei cosiddetti negotiatores (XI secolo), come provano i successivi toponimi di Spadari, Speronari, Armorari.

Gli scavi e le indagini archeologiche hanno portato alla luce reperti di un lungo periodo compreso tra il II-III secolo a.C. fino al IV-V secolo d.C. Proprio davanti all’edificio della Fondazione Mangini è stato ritrovato un tratto di muro romano, perimetrale al Foro.

La quota dello scantinato della casa corrisponde mediamente alle quote d’epoca romana o tardoantica. Le finestre dello scantinato confermano che, ancora in epoca tardoantica o altomedioevale la quota stradale nella zona era molto più bassa (m 2,50-3,00) rispetto alla quota attuale…

Profondo è il pozzo del passato“, diceva Thomas Mann. “Il passato dell’uomo è l’enigma stesso della sua esistenza“.

Per spiegare certe evoluzioni non bastano i criteri biologici, ma occorrono anche quelli emozionali, razionali, morali, estetici; il mistero e la certezza, appunto, in cui il passato e il presente coincidono.

Questo è dunque lo scopo di un Museo unico nel suo genere, che Emilio Mangini ha intensamente voluto e che possiamo considerare quale atto di recupero delle testimonianze e conquiste delle civiltà del passato, che la patina del tempo e la frenesia del vivere d’oggi sta sommergendo e spesso cancellando.

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